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Caso Pirlo: guardiamo la luna e non il dito

Negli ultimi giorni si sono dette tante cose su Pirlo. Da chi ritiene inammissibile l’accordo con lo sponsor russo, e di conseguenza legittima la decisione di estrometterlo dalle candidature per la panchina della Nazionale, a chi invece pensa che ci sia stata un’eccessiva strumentalizzazione politica del “caso”, rivolta all’esclusione di un allenatore non gradito da […]

Negli ultimi giorni si sono dette tante cose su Pirlo. Da chi ritiene inammissibile l’accordo con lo sponsor russo, e di conseguenza legittima la decisione di estrometterlo dalle candidature per la panchina della Nazionale, a chi invece pensa che ci sia stata un’eccessiva strumentalizzazione politica del “caso”, rivolta all’esclusione di un allenatore non gradito da Malagò.

Per quanto possa trovarmi d’accordo con alcuni dei punti espressi da queste riflessioni, vorrei mettere l’accento su un altro tema.

Nonostante sia convinto della strumentalizzazione politica circa l’eticità del legame con la Russia, penso che parlarne sia stato un bene, poiché ha permesso di portare alla luce (ancora una volta) la mancanza di capacità da parte di calciatori e allenatori di prendere decisioni consapevolmente. Alla base di questa falla, c’è una plausibile ignoranza dell’intero funzionamento del sistema calcio a livello internazionale, e non capire il calcio moderno significa disinteressarsi alla storia e alla politica: le discipline che ci permettono di esistere.

 “La collaborazione professionale oggetto delle recenti polemiche nasce nell’ambito del mio percorso lavorativo negli Emirati Arabi Uniti ed è esclusivamente di natura commerciale e sportiva. Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono.

Questo è un estratto del messaggio inviato da Pirlo, in risposta alle critiche mosse verso i suoi confronti. Sicuramente, da queste parole traspare tutta l’innocenza di chi oscura le dinamiche politiche che muovono il calcio, ma forse anche l’inettitudine di un personaggio così influente all’interno della società. A mancare è una coscienza intellettuale che, in un mondo così geopoliticamente diviso e polarizzato, rappresenta un vuoto che i calciatori moderni non possono più permettersi.

Proprio un paio di settimane fa si è concluso uno dei Mondiali più politicizzati della storia. Durante questa edizione, abbiamo visto quanto le Nazionali vengano utilizzate come strumento di propaganda da parte dei governi. Basti pensare ai post del PSOE dopo il trionfo della Spagna, oppure ai video del ministro israeliano Ben-Gvir, che dichiarava di tifare l’Argentina dell’alleato Milei. Le grandi manifestazioni sportive muovono i sentimenti delle masse ed è per questo che diventano strumento di propaganda e Soft Power per diverse potenze. Anche dopo l’eliminazione dell’Italia contro la Bosnia, personaggi come Italo Bocchino hanno commentato la disfatta azzurra come il risultato della diffusione di idee proprie della sinistra.

A questo punto, vorrei porre la seguente domanda a Pirlo:

Come puoi immaginare di allenare la Nazionale italiana mentre sei sotto contratto con un brand russo?

Il governo Meloni ha sempre preso una posizione netta riguardo al conflitto russo-ucraino. Non a caso, sono stati diversi i politici che si sono espressi con toni poco benevoli nei confronti dell’ex calciatore.

Quindi, dato che il calcio sposta milioni (e soprattutto per questo ha un enorme peso politico), Pirlo e gli altri professionisti dovrebbero iniziare a capire che, nonostante tutti i vantaggi derivanti dal loro status, non sono liberi di fare quello che vogliono e di conseguenza non sono esclusi dalla facoltà di pensare e di lottare per i loro diritti. Per questo motivo, credo sia sbagliato insultare i calciatori solo perché appartengono ad una casta “ingiustamente” ricca, piuttosto è legittimo farlo perché non capiscono di essere pedine di un sistema che, senza la loro indifferenza politica, subirebbe importanti scossoni. Le ultime edizioni della Coppa del Mondo si sono giocate in Russia, Qatar e Stati Uniti, con quest’ultimi che intanto conducono azioni militari in Iran.

Mentre il mondo discuteva di come un evento così importante potesse essere assegnato a Stati non esattamente impeccabili nel rispetto di alcuni diritti fondamentali, mi sono chiesto se i giocatori che sono scesi in campo si sono accorti del clima che li circondava. Giocare in determinati Stati non può essere “normale” e, mentre sentiamo parlare di stragi, guerre e deportazioni, i professionisti non possono più essere complici. Recentemente, abbiamo avuto modo di osservare l’accondiscendenza di Infantino nei confronti di Trump, ma non dobbiamo dimenticare quella nei confronti del Qatar nel 2022. Il presidente della FIFA disse che noi europei, per via delle atrocità commesse nella storia, non avremmo potuto fare la morale, quasi invitando a chiudere un occhio riguardo alle centinaia di morti, alle devastazioni ambientali e all’assenza del rispetto dei diritti degli individui. Diceva di pensare al calcio, mentre impediva ai tedeschi di giocare con la fascia arcobaleno, simbolo dell’appoggio alla comunità LGBTQ+. Poco prima dell’inizio di una partita, i giocatori della Germania si misero la mano davanti alla bocca in segno di protesta, dimostrando coraggio e resistenza.

Tuttavia, siamo di fronte ad una passività generalizzata che i calciatori riflettono anche su sé stessi, nello svolgimento del loro lavoro. Esattamente come le persone comuni, questi atleti sono dei lavoratori, poiché obbediscono a grandi aziende, le quali decidono come e quante partite devono giocare all’anno, chi squalificare e chi no, applicando un chiaro doppiopesismo.

Quest’anno, abbiamo assistito per la prima volta ad una Coppa del Mondo a 48 squadre. Più partite da giocare, oltre a cooling break forzati e ad un intervallo della durata di trenta minuti durante la finale. Nonostante questo, Infantino si è espresso sulla possibilità di aumentare il numero di squadre partecipanti nella prossima edizione e non solo: l’attuale numero uno della Fifa sembrerebbe anche intenzionato a vendere quote dei Mondiali ad aziende private, andando ad aumentare i ricavi e, con molta probabilità, ad aggiungere ulteriori modifiche extra calcistiche durante le partite. Oltre agli impegni nazionali, ci sono però anche le competizioni di club, le quali proprio recentemente sono state riformate in modo da disputare più partite. Mi riferisco al nuovo formato di tornei internazionali come la Champions League, oppure il Mondiale per Club. Ad essere vittime di questi cambiamenti non sono solo i tifosi, costretti a pagare prezzi esorbitanti in nome di una presunta spettacolarizzazione, ma anche i calciatori, i quali potrebbero lamentare l’insostenibilità atletica nell’inseguimento di questi ritmi.

Per quanto siano anche loro dei bersagli, parliamo di un’ingiustificata assenza di responsabilità politica da parte della maggioranza dei membri di questa “élite di lavoratori”, poiché per fortuna esiste una minoranza attiva ed esposta a proposito di temi molto sensibili: ripensando proprio ai campioni del mondo, il calciatore spagnolo Borja Iglesias è uno dei pochi che ha sempre preso posizione riguardo a temi scomodi come il genocidio palestinese e non solo. L’attaccante del Celta Vigo ha anche affermato che i calciatori, in virtù del loro stipendio, dovrebbero pagare più tasse, sostenendo una maggiore redistribuzione delle ricchezze. Iglesias ha dimostrato assoluta fedeltà ai suoi ideali fino alla finale dei Mondiali, attraverso un post nel quale criticava il folle prezzo dei biglietti e dichiarazioni non troppo piacevoli nei confronti di Donald Trump. Infatti, poco prima della partita contro l’Argentina, lo spagnolo si augurò di non dover stringere la mano al presidente per molto tempo, poiché altrimenti sarebbe finito in prigione.

Concludo la mia riflessione con un ulteriore spunto. Infatti, ritengo che a mancare non sia solo la coscienza politica, ma anche la consapevolezza dell’influenza delle proprie azioni su determinati membri della società. La notorietà che contraddistingue i calciatori dovrebbe impedire loro di “scollegarsi” dal mondo esterno, quello vero, quello che si trova al di fuori della loro bolla privilegiata. In un mondo così digitalizzato, così piccolo, connesso e influenzato dai privati, sembra più difficile affermare che l’educazione dipende esclusivamente dai genitori, oppure che il ruolo di questi professionisti è semplicemente quello di intrattenere. Attraverso i social media, anche gli atleti possono diffondere modi di fare e pensieri che vanno oltre l’aspetto sportivo, diventando di fatto personaggi pubblici che vengono presi come esempio e come idoli (soprattutto da giovani che ancora devono formare un proprio carattere), non più solo per quello che fanno in campo.

I calciatori non possono evitare di prendersi delle evidenti responsabilità.

La vicenda legata a Pirlo sintetizza concetti che coinvolgono etica, conoscenza politica e impegno civico. Elementi di cui un atleta non può più fare a meno.

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