L’idea, da molti condivisa, che la tifoseria dell’Hapoel Tel Aviv potesse rappresentare un piccolo spazio di dialogo e di apertura nei confronti dei palestinesi ha subito un importante contraccolpo. All’interno degli ambienti ultrà sono molto noti gli ideali della curva israeliana, antifascista e contraria ad ogni forma di razzismo. Questi valori, promossi ad ogni partita attraverso cori e striscioni, hanno finito per scontrarsi con la dura realtà del genocidio palestinese e dell’eterno conflitto che si combatte in Terra Santa. Molti tifosi dell’Hapoel, che hanno perso parenti o amici a seguito dell’attacco del 7 ottobre, si sono inevitabilmente avvicinati ad una retorica violenta e ad alcuni simboli nazionalisti. La minaccia di Hamas e l’Iran sullo sfondo hanno contribuito, tanto quanto il governo israeliano, a premere sul concetto di “o noi o loro”, ad allontanare e ad umiliare il nemico e a permettere che l’unica soluzione legittima sia l’eliminazione dell’altro. Dietro le bombe, c’è quindi la costruzione di un’impalcatura d’odio che, purtroppo, non vuole saperne di cedere e che, attraverso le dichiarazioni dei politici e la propaganda istituzionale, si rafforza e si installa nei pensieri degli individui.
Per questo motivo, non possiamo scindere i tifosi dell’Hapoel da quelle che sono le loro origini, la loro storia e il contesto nel quale vivono. Soffermarsi sul loro antifascismo non basta per definire la tifoseria come antinazionalista, se consideriamo, ed è il caso che lo facciamo, la drammaticità e la particolarità della crisi mediorientale.
La nascita dell’Hapoel e il Sionismo socialista
Il logo dell’Hapoel Tel Aviv non lascia spazio ad interpretazioni: si può osservare un atleta circondato letteralmente da una falce e martello, con il colore rosso sullo sfondo.

Fondato nel 1923, le origini del club sono da ricondurre al movimento operaio e al sindacato Histadrut, che importava lavoratori in Palestina per costruire le fondamenta del nuovo Stato d’Israele. Questa organizzazione fondò numerosi enti che permettevano ai pionieri ebrei di consolidarsi economicamente e aiutavano chi sarebbe dovuto arrivare ad insediarsi. Infatti, la Banca dei Lavoratori, gestita proprio dall’Histadrut, raccoglieva i fondi del movimento sionista internazionale per finanziare la nascita dei kibbutz e di centri medici al loro interno.
L’Hapoel Tel Aviv era solo la costola sportiva di un sindacato che integrò gli ebrei all’interno di un sistema molto più complesso. La nascita di cooperative che accumulavano prodotti agricoli da vendere ai coloni contribuì a costituire un circuito economico efficace e sicuro per gli ebrei, con i palestinesi che rimasero esclusi dalle potenzialità di questo apparato. Così, i contadini arabi locali che lavoravano quelle terre da generazioni venivano sfrattati per far posto ai pionieri dei kibbutz.
Quindi, nell’Histadrut a prevalere non era tanto la teoria socialista, bensì un fervente nazionalismo che poneva come obiettivo principale quello di creare uno Stato ebraico, attraverso l’incremento demografico e l’immigrazione irregolare. Il sindacato avrebbe tollerato la presenza di una minoranza palestinese godente di diritti civili, ma il territorio sarebbe dovuto passare sotto il controllo degli ebrei.

Tuttavia, negli anni ’30, gli arabi costituivano ancora la maggioranza dell’intera popolazione in Palestina. Per questo motivo, la dirigenza sindacale ritenne irrealizzabile la fondazione della Grande Israele, poiché una maggioranza araba, in uno Stato ebraico democratico, avrebbe annullato il progetto sionista. Di conseguenza, escludendo l’ipotesi di attuare un regime di apartheid per motivi ideologici, il sindacato abbracciò il principio dei Due Stati. Israele, che non avrebbe posseduto l’intera Palestina, sarebbe stato caratterizzato dalla presenza di una folta maggioranza ebraica, garantita dall’esclusione economica messa in moto dall’Histadrut. Ciò nonostante, il sogno proibito della Grande Israele non tramontò affatto, tant’è che nel 1948, dopo la proclamazione d’indipendenza, Ben-Gurion, che fu proprio tra i fondatori del sindacato, si rifiutò di menzionare i confini esatti dello Stato nella Dichiarazione d’Indipendenza, proprio per non vincolare le future generazioni.
La Curva Rossa, un paradosso ideologico
La confusione tra il socialismo e il nazionalismo dell’Histadrut trova riscontro ancora oggi nella curva dell’Hapoel. Come detto, i tifosi della squadra hanno mantenuto un carattere proletario e antifascista, cosa che li ha portati a stringere gemellaggi con alcune tifoserie europee di estrema sinistra (vedasi quella del St. Pauli).
Il tifo biancorosso ha sempre promosso il principio di coesistenza tra palestinesi ed ebrei. Non a caso, l’Hapoel è la squadra israeliana che ha avuto più calciatori arabi nella storia. Nel 2014, in occasione di un’offensiva militare israeliana a Gaza, pacifisti e cittadini arabo-israeliani scesero in piazza a chiedere un cessate il fuoco. I dimostranti vennero presi di mira da organizzazioni di estrema destra che finirono per aggredirli fisicamente. Alcuni tifosi dell’Hapoel, membri del gruppo Antifa 972, infastiditi dalla negligenza della polizia, intervennero durante questi assalti, permettendo ai manifestanti di esprimere il loro dissenso. Tornando a tempi più recenti, lo scorso dicembre, gli ultras si sono presentati allo stadio con una maglia molto esplicativa che recitava la frase “Ultras Hapoel against the scum”. Il riferimento, come dimostrato dai simboli sulla maglia, era rivolto ai rivali del Maccabi Tel Aviv, alla polizia israeliana e al partito Kach, un’organizzazione di destra così estremista da esser stata dichiarata terroristica da Israele stessa.

Anche in questo caso, la fedeltà con la dottrina socialista trova un punto di rottura sul tema del nazionalismo, nonché sul progetto di espansionismo coloniale portato avanti da Israele, che dal 7 ottobre del 2023 ha aumentato i soprusi da parte dei coloni nei villaggi in Cisgiordania e, soprattutto, ha messo in moto un sistema di sterminio che non sta lasciando scampo alla popolazione palestinese. Lo dicono i dati. Secondo quanto riportato dall’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari), il Ministero della Salute di Gaza ha confermato la morte di 72.619 palestinesi fino al 6 maggio 2026.
A differenza degli ultras del Maccabi, quelli dell’Hapoel non hanno mai preso una posizione netta sul genocidio palestinese, ma dal 7 ottobre si sono incrementati i segnali di un sentimento nazionalista che è sempre esistito. Nel corso delle operazioni militari condotte dall’esercito israeliano a Gaza, sono state scattate diverse foto che ritraggono soldati con bandiere e sciarpe del club. Certo, questo non dimostra l’allineamento della curva con la politica espansionista del governo di Netanyahu, ma uno sbilanciamento ideologico che si è manifestato poi anche allo stadio dagli ultras. Diversi tifosi, che sono morti dopo aver preso servizio nell’IDF, sono stati ricordati attraverso alcuni adesivi dai membri della curva. Questi sticker ritraggono i soldati caduti con i colori e lo stemma dell’Hapoel, a dimostrazione del forte legame che molti di loro avevano con la squadra. Inoltre, dalla curva è diventata sempre più visibile la bandiera israeliana. Infatti, prima dell’attacco di Hamas, il settore era solito esporre uno striscione con la scritta “Representing Hapoel, Not Israel”. Questo slogan era un simbolo di contrapposizione ai rivali del Maccabi, i quali si autodefiniscono “la squadra del Paese”. Il dolore provocato dalla perdita di familiari e di sostenitori accaniti ha riunito la tifoseria dell’Hapoel, la quale ha riscoperto un patriottismo pari a quello degli ultras degli altri club israeliani.
La disillusione nella trasferta di Bergamo
Pochi giorni fa, prima della partita di Conference League contro l’Atalanta a Bergamo, sono accaduti dei fatti che hanno smascherato l’identità sciovinista dei tifosi dell’Hapoel, mostrando l’imprudenza che molte persone hanno avuto nel definire questa tifoseria come un’eccezione nell’ambiente israeliano. Il silenzio riguardo al genocidio in corso e gli atteggiamenti di solidarietà nei confronti dell’IDF evidenziano quella componente sionista che, come abbiamo visto, è intrinseca nella natura del club e che, in opposizione all’ideologia marxista, continua a non rispettare i diritti di un altro popolo, sacrificati in nome del compimento del destino ebraico.
Non a caso, pur sapendo lo schieramento politico di provenienza proletaria dell’Hapoel, è stato organizzato un corteo prima della partita, con lo scopo di protestare in merito allo svolgimento della stessa. Da alcuni video, si possono osservare i pullman dei tifosi e dei dirigenti della squadra israeliana passare davanti al presidio. Secondo molti testimoni, questi hanno reagito al corteo facendo il gesto del dito medio ai dimostranti. Il resto dei fatti è riconducibile a ciò che accadrebbe se in campo scendesse una qualsiasi squadra israeliana: oltre ai disordini nel settore ospiti, con i tifosi dell’Hapoel colpevoli di aver danneggiato vetri e seggiolini, va sottolineato il divieto di portare allo stadio bandiere palestinesi, considerate dalle autorità una provocazione politica nei confronti degli avversari.
Se i tifosi dell’Hapoel fossero davvero antinazionalisti e credessero all’unione dei popoli, perché dovrebbero animarsi alla visione di una bandiera che, più di un significato politico, dovrebbe simboleggiare il senso di umanità, proprio a tutela del diritto di esistere delle etnie?
Questo divieto imposto dal Prefetto, accompagnato dai gesti rivolti agli attivisti, non fa altro che alimentare dubbi riguardo alla presunta “diversità” morale degli ultras rossi. Affidarsi, oggi, ai tifosi dell’Hapoel per ricercare un gruppo di israeliani che sappia leggere il conflitto in termini di diritti umani non è possibile. I lutti personali e la conseguente virata nazionalista della tifoseria non lo permettono. Per quanto non ci sia una presa di posizione forte da parte dell’intera curva, l’esposizione generalizzata di simboli nazionalisti all’interno del settore va interpretata come una rottura ideologica dello stesso, il quale si è lasciato travolgere dagli eventi e, forse, dalla propaganda che condiziona la percezione di questo tragico genocidio.
Riferimenti bibliografici:
Avi Shlaim, Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo (2000), Il Ponte Editrice, 2003
Raanan Rein, Israeli football clubs and the post-October 7, 2023 national emotional ecology, in “Israel Affairs”, 2024, Vol. 30, n. 5, pp.1075–1089


