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Da Roma a Barcellona: il caro prezzo dei nuovi stadi, tra speculazione e diritti negati

La protesta di alcuni dipendenti dell’AS Roma e la morte di un operaio al Camp Nou dimostrano uno dei lati più oscuri degli effetti derivanti dalla liberalizzazione del calcio. Dietro l’apparente bellezza e il presunto show che viene messo a disposizione dei consumatori, in questo caso i tifosi, dalla costruzione di immense infrastrutture, come ad […]

La protesta di alcuni dipendenti dell’AS Roma e la morte di un operaio al Camp Nou dimostrano uno dei lati più oscuri degli effetti derivanti dalla liberalizzazione del calcio. Dietro l’apparente bellezza e il presunto show che viene messo a disposizione dei consumatori, in questo caso i tifosi, dalla costruzione di immense infrastrutture, come ad esempio gli stadi, si celano vicende drammatiche. Centinaia di lavoratori sono vittime di licenziamenti, demansionamenti o, in alcuni casi, anche di abusi. Le esternalità negative prodotte dalle società, oltre a colpire gli impiegati e le loro famiglie, si riversano in alcuni casi anche sull’ambiente circostante, investendo residenti, animali e spazi verdi. Diritti e tutele vengono messi a repentaglio da aziende e fondi privati, interessati al bottino prodotto da impianti modernissimi. Un disagio pronto a diffondersi, in ultima istanza, proprio su chi popola gli spalti, chi rende questo sport, riprendendo le parole di Pasolini, un fenomeno religioso e un rito collettivo. Stadi di ultima tecnologia, completati all’esterno da ristoranti, musei e diversi punti vendita, molto spesso tendono ad aumentare il prezzo del biglietto, dando così forma ad una, purtroppo, sempre più evidente gentrificazione del tifo. Cambiamenti molto spesso accompagnati da una maggiore efficienza dei sistemi di riconoscimento facciale, che aumentano il controllo sulle masse.

Il calcio, reso vivo dalla passione di chi lo segue e non da superficiali ornamenti, ha davvero bisogno di costruzioni opprimenti per continuare ad esistere?

Nell’immagine lo “Stadio Iconico di Lusail”, luogo dove si è giocata la finale del Mondiale Qatar 2022

AS Roma, la protesta dei dipendenti demansionati

Come affermato poc’anzi, il caso più recente che evidenzia questa deriva capitalista è quello che coinvolge i membri dello staff della Roma. Lo scorso 30 luglio, circa 40 dipendenti si sono riuniti sotto la sede del club a Trigoria per protestare riguardo alla riorganizzazione aziendale imposta dalla società. Infatti, lavoratori da sempre impiegati nei settori della comunicazione, del marketing o dell’amministrazione saranno spostati all’interno dei negozi ufficiali del club, ricoprendo il ruolo di commessi. Per molti, questo cambiamento rappresenta una vera e propria pugnalata: donne e uomini, che hanno servito la Roma per tanti anni, vengono relegati all’esercizio di un mestiere che non è il loro. Per questo motivo, nello striscione esposto dai dimostranti si fa riferimento alle parole di Gian Piero Gasperini, il quale ha speso parole al miele nei confronti di ogni componente dello staff, dopo aver ottenuto l’obiettivo stagionale della qualificazione alla Coppa dei Campioni. Ad apparire è anche un’altra scritta volta a definire questi demansionamenti come licenziamenti mascherati.

As Roma, a Trigoria la protesta dei dipendenti «trasferiti» negli store della società | Corriere.it

I Friedkin hanno motivato questi trasferimenti ritenendo necessario spostare la forza lavoro in settori considerati più strategici, in vista degli eventi per il centenario dalla fondazione e i progetti legati al nuovo stadio. Proprio per realizzare questi ultimi, i lavoratori sostengono di esser spinti dalla società a dimettersi, cosa che permetterebbe l’abbattimento dei costi del personale e una maggiore disponibilità di risorse economiche. I sindacati che hanno autorizzato il presidio, Cgil e Cisl, pur riconoscendo l’importanza strategica dello stadio di Pietralata, hanno dichiarato che tale progetto non può negare in maniera così drastica i diritti dei lavoratori, chiedendo un confronto con la società, il Comune di Roma e la Regione Lazio per trovare una soluzione a questo disagio.

Purtroppo, le lamentele dei dipendenti di Trigoria fanno eco ad altre situazioni simili, sempre inerenti al mondo del calcio. Queste, accadute tra l’altro di recente, hanno suscitato scalpore e indignazione in molte frange dell’opinione pubblica.

Operaio morto al Camp Nou. L’ultimo di una serie di scandali

Lo scorso 24 luglio, all’interno del cantiere del Camp Nou, si è consumata una tragedia: la morte di un operaio che, nel pieno svolgimento delle sue mansioni, ha ricevuto un colpo alla testa da uno strumento di lavoro. Questo è il primo incidente mortale avvenuto nel cantiere, ma solo l’ultimo di una serie di scandali. Così, mentre le autorità indagano sulle dinamiche dell’incidente, ripercorriamo alcune delle tappe che, a malincuore, hanno caratterizzato l’iter dei lavori nello stadio del Barcellona.

Da diverso tempo, i blaugrana sono impegnati nella ristrutturazione del Camp Nou, del quale si vuole aumentare la capienza. Nonostante la squadra sia tornata a giocare nel suo stadio, la fine dei lavori sembra essere stimata per la prossima estate.

In questi ultimi anni le società, alle quali è stato appaltato il cantiere, sono state al centro di numerose controversie. Nel novembre del 2025, il Ministro del Lavoro catalano ha scoperto l’impiego irregolare di 79 lavoratori turchi, i quali non sapevano di esser stati assunti illegalmente. Quando hanno scoperto di non poter tornare dalle loro famiglie si sono accorti di non avere i documenti validi. A quel punto, una delle società subappaltatrici ha espulso gli operai in massa. Come se non bastasse, il sindacato spagnolo CCOO ha denunciato la mancanza di qualsiasi forma di tutela sul luogo di lavoro, affermando che gli operai lavorassero dodici ore al giorno per sette giorni su sette, in condizioni abitative precarie. Così, verso fine novembre, l’organizzazione sindacale ha manifestato assieme a diversi lavoratori nei pressi del Camp Nou.

In seguito, l’azienda appaltatrice Extrem Works ha ricevuto una multa di 1,09 milioni di euro.

Un altro aspetto inquietante di questa vicenda è stato il silenzio del Barcellona. Infatti, i blaugrana non hanno mai espresso messaggi di solidarietà nei confronti dei lavoratori, ad eccezione di quanto fatto in occasione tragico episodio della scorsa settimana. Secondo molti, la mancanza di una presa di posizione è stata la prova della consapevolezza del club riguardo all’illecita gestione del cantiere.

Costruire abbandonando la morsa del capitalismo finanziario

Il tema relativo alla costruzione di nuovi impianti sportivi è molto dibattuto soprattutto in Italia. Nel nostro Paese ci sono stadi vecchi, abbandonati e quasi, mi verrebbe da dire, in stato di decomposizione. Se pensiamo al fatto che dovremmo ospitare gli Europei del 2032, parliamo di un vero dramma sportivo. Non a caso, anche per rientrare nei parametri imposti dalle autorità sportive, oltre alla Roma, sono diverse le proprietà che si stanno impegnando per modernizzare o per costruire nuove arene.

È necessario uno sviluppo che, oltre alle criticità evidenziate, garantirebbe un miglioramento delle condizioni ecologiche e sociali.

Proprio il progetto romanista di Pietralata, infatti, prevede la posa della prima pietra in un’area degradata o abbandonata. Costruire in un territorio del genere spingerebbe il Comune a bonificare la zona e a rendere più efficienti le linee di trasporto pubblico. Inoltre, pur a costo di impattare inizialmente sull’ambiente, i nuovi stadi molto probabilmente diminuirebbero lo spreco di energia e l’inquinamento provocato dagli attuali impianti. Lo stesso programma promosso dai Friedkin prevede una forte sostenibilità ambientale.

Anche da un punto di vista sociale, non si può negare che nuove strutture permetterebbero ad alcuni tifosi il pieno godimento dell’evento. Basti pensare ai disabili, i quali avrebbero accesso ad aree e servizi più preparati per riceverli. In aggiunta, l’eventuale presenza di parchi e di altri spazi associativi a ridosso dello stadio solleciterebbe una maggiore inclusività e partecipazione nelle relazioni sociali. Centri di aggregazione che però, come già sottolineato, innalzerebbero il costo della vita.

Realisticamente, non si può fare a meno di questi progetti.

Tuttavia, non è accettabile ignorare le dure condizioni alle quali sono sottoposti lavoratori e ultras, proprio loro che sono stati i primi a costituire uno spazio sociale all’interno degli stadi e che, probabilmente, sono gli ultimi a preservarlo, in una società sempre più caratterizzata da contatti virtuali e relazioni impalpabili. Il piano di riconoscimento facciale, citato all’inizio dell’articolo, si inserisce all’interno della retorica dominante che, come sappiamo, dipinge gli ultras come nemici della società, proiettando su di loro paure e giustificando politiche repressive e di controllo. Una visione che ignora i sacrifici, le coreografie e i cori di coloro che rendono lo stadio un luogo sacro attraverso una passione che nessun servizio, nessuna tecnologia potrà mai bilanciare.

Concludo, riformulando la domanda esposta nell’introduzione.

Il calcio può sopravvivere alla costruzione di imponenti impianti che, reprimendo sia chi li costruisce, sia chi li abita (i tifosi storici), hanno lo scopo di massimizzare il profitto dei privati?

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