Che ci crediate o no, durante il fascismo le donne frequentavano lo stadio.
Erano le tifosine, le quali non solo rappresentarono una flebile fonte di emancipazione femminile, ma anche un elemento potenzialmente sovversivo capace di impaurire il regime. Se da un lato, il modello della tifosa faceva comodo al Fascismo, attraverso l’esaltazione di alcuni stereotipi, la calciatrice divenne una fonte di pericolo. L’intera impalcatura fascista sul tipo di donna da costruire, già minacciata da influenze esterne, dovette far fronte ad una nuova minaccia.
Era il 1933, quando a Milano nacque il Gruppo Femminile Calcistico (GFC). Il movimento, fondato da un manipolo di tifose milanesi, si trasformò presto in un’associazione rivolta all’organizzazione di partite femminili: questa fu la massima espressione di una passione che, fino a quel momento, si era limitata “solamente” ad esperienze di tifo, attraverso la frequentazione degli stadi. Infatti, le donne andavano a vedere le partite e lo facevano in 3 modi. Il primo, accompagnando un uomo, era il più ordinario. Il secondo, già più ribelle, vedeva le ragazze riunirsi in gruppi di amiche, mentre il terzo era senza dubbio il più audace: alcune donne sceglievano infatti di vivere quest’esperienza da sole, rendendosi più vulnerabili ad eventuali molestie da parte degli uomini, i quali a volte sembravano mostrare attenzione più per le giovani presenti sugli spalti che per i giocatori. Quindi, i problemi principali si creavano dentro l’arena ed erano la conseguenza del modo di tifare delle ragazze.
Cosa mai facevano queste ragazze per attirare su di sé occhiatacce e indignazione?
Semplicemente, insultare l’arbitro e i giocatori rivali. Consuetudini tipiche di ogni tifoso, oggi come allora. Il problema risiedeva nel loro essere donne, perché le donne dovevano comportarsi come tali, senza perdere né pudore né femminilità. Sotto questo aspetto, il Fascismo non fu altro che il trionfo della morale borghese che prese piede il secolo precedente.
Come potevano essere apprezzate donne che urlavano con veemenza contro degli uomini?
Furono principalmente le generazioni più conservatrici ad ammonire riguardo una maggiore mascolinità delle ragazze. Anche diverse donne, soprattutto le più anziane, rimasero scandalizzate da questo fenomeno. Queste non capivano l’attività del tifo, a detta loro uno degli inutili passatempi che allontanavano le ragazze dalla casa, il luogo al quale avrebbero dovuto badare per tutta la vita. La sua dinamicità poi, un qualcosa che avrebbe denaturalizzato le donne. I giornalisti, invece, affrontarono la situazione con un tono ironico e paternalista. La comunicazione enfatizzava la drammaticità con la quale le donne vivevano la partita, prendendosi gioco di loro e marciando su uno stereotipo che continuava a protrarsi fin dai tempi di Aristotele. La donna veniva infatti considerata irrazionale per natura, quindi incapace di prendere decisioni.
Nonostante tutte le ingiurie del caso, le tifosine non si lasciarono intimidire e cercarono di estendere la propria passione anche al di là dei confini dello stadio. Molte ragazze spedivano lettere alle redazioni dei giornali sportivi, che però non prendevano mai sul serio le interazioni con delle donne.
In ogni caso, le ragazze riuscirono a ritagliarsi uno spazio di autonomia, all’interno però di un contesto ideologico e culturale che impediva loro di varcare i confini di casa. Tuttavia, la novità delle tifose rimaneva coerente rispetto ad alcuni cambiamenti riguardo le abitudini femminili, anch’esse però in contrasto con la visione del regime.
Quale donna a servizio della Patria?
Pocanzi, ho scritto di come ci fossero donne che reputassero il tifo una delle tante distrazioni per le ragazze, distrazioni acconsentite dal regime. Gli svaghi ai quali facevano riferimento erano la conseguenza dell’apertura concessa al commercio di massa e ai beni di consumo. Così, si diffusero riviste straniere, cinema, sale da ballo e ambienti che per le giovani furono delle vere e proprie scappatoie dal controllo delle famiglie.
Il regime, dal canto suo, cercò di limitare gli effetti di questa cultura commerciale. Per esempio, i medici del tempo affermavano che alcuni cosmetici provocavano malattie mortali, con lo scopo di spaventare le ragazze riguardo il tema della sessualità. L’unico sesso legittimo era infatti quello avente lo scopo di procreare, naturalmente all’interno del matrimonio.
Un altro effetto indesiderato proveniva dal cinema. Il regime era fortemente contrario ai personaggi femminili americani che apparivano sui grandi schermi. Da qui, nacque la “donna crisi”, espressione di una ragazza magra, seduttrice e ribelle nei confronti dell’autorità maschile. Forse, se Mussolini avesse potuto attingere ad un dizionario attuale, avrebbe definito questo tipo di ragazza con il termine di “malessere”, opposta e contraria all’immagine di donna promossa dal Duce. L’italiana fascista avrebbe dovuto sbrigare le faccende di casa e, soprattutto, fare tanti figli, i quali sarebbero poi diventati soldati difensori della Patria.
È qui che però si cade nel paradosso.
Le donne avrebbero dovuto avere un fisico forte e atletico per adempiere nel loro compito di sfornare futuri uomini a servizio di Mussolini. Quindi, sebbene la considerazione delle donne promossa dal Fascismo, fu concessa alle giovanissime la possibilità di organizzarsi in movimenti, controllati dallo Stato, per praticare attività come la ginnastica ritmica.
Improvvisamente, togliere le ragazze dalle case diventava funzionale.
Ritrovarsi in strada per lo svolgimento di varie attività illuse le ragazze di sognare un futuro libero e indipendente. Crescendo, queste avrebbero capito l’inaccessibilità femminile riguardo determinati lavori, se non con l’ausilio di un contatto ben inserito all’interno del sistema (vedi Rachele Ferrari Del Latte e, naturalmente, Edda Mussolini).
Riunire le ragazze all’interno di questi gruppi aveva però un altro fine. Riempire le piazze avrebbe mostrato infatti al mondo la credibilità del Fascismo e la lealtà del popolo nei confronti Mussolini. Temendo che i gruppi femminili iniziassero a fare politica per davvero, il regime non autorizzò mai la presenza di dirigenti donne, con mansioni decisionali, a capo di queste organizzazioni. Ogni associazione sarebbe dovuta passare sotto il controllo dello Stato.
È arrivato ora il momento di riprendere il discorso sul Gruppo Femminile Calcistico citato all’inizio dell’articolo. Un esempio perfetto di una politica che, in un primo momento, ha fatto sentire le donne più libere e partecipi, per poi reprimerle e respingerle dai luoghi pubblici, in nome dell’ideologia.
Tifare si, giocare no. Il GFC non può esistere
L’iniziativa delle tifose milanesi rappresentò la prima vera forma di calcio femminile in Italia. Dagli spalti, giovani donne erano pronte a calpestare, in prima persona, i campi da calcio, esattamente come Giuseppe Meazza e i loro altri idoli. Aderirono al movimento ragazze tra i 15 e i 20 anni, molte delle quali già avevano praticato sport. Sotto il consenso del gerarca Leandro Arpinati, ai tempi uno degli uomini più influenti del calcio italiano, il GFC organizzò le prime partite disputate solamente da donne.

Tuttavia, fin dalla sua nascita, il gruppo dovette fare i conti con l’ideologia fascista. Come ho detto prima, i fascisti idealizzavano il modello della “donna madre” e permettevano alle ragazze di praticare forme di attività fisica molto basiche. Infatti, il regime temeva che lo sport agonistico non fosse idoneo alle donne e che potesse danneggiare l’apparato riproduttore femminile. Per impedire lo sviluppo del senso di competizione e per non alimentare polemiche morali, le autorità obbligarono il GFC a giocare le partite a porte chiuse.
Inutile fu la risposta del movimento, il quale varò un programma di modifiche di alcune regole del calcio, rendendo lo sport più adatto alle caratteristiche fisiche femminili. Le calciatrici provarono a giustificare la propria attività, sostenendo il notevole benessere fisico e mentale che questa garantiva. Inoltre, per smentire il regime, le argomentazioni delle donne non mancavano di riferimenti a medici che avevano rassicurato riguardo la possibilità di deterioramento della fertilità.
L’11 giugno 1933 fu l’inizio della fine. Trasgredendo la norma, il GFC disputò la prima partita del calcio femminile a porte aperte. Ad agevolare lo scioglimento delle squadre femminili fu anche la caduta politica di Arpinati. Anche l’unica rivista favorevole al gruppo, chiamata Il Calcio Illustrato, smise di parlare delle calciatrici e il 22 novembre 1933 venne bandito il calcio femminile.
Dunque, le ragazze furono vittime di una politica di emancipazione illusoria, nella vita come nel calcio. Tifare era consentito e su certi aspetti, che sottolineavano l’emotività femminile, faceva anche comodo alla narrazione patriarcale. Quando però le tifose decisero di scendere in campo, a quel punto il regime dovette intervenire. I concetti di virilità e subordinazione erano in pericolo, e con loro la credibilità dell’intera ideologia fascista.
Le calciatrici milanesi non riuscirono a godere della propria passione, ma dimostrarono che anche una semplice organizzazione di studentesse qualunque può bastare a terrorizzare il potere, incluso il regime fascista di Mussolini.
Riferimenti bibliografici
Marco Giani, “Le vignette sulle calciatrici del 1933″, in “Sorelle Boccalini”, consultato il 25/07/2026: Extra_GFC_Le vignette sulle calciatrici del 1933 – Sorelle Boccalini.
Victoria De Grazia, Storia delle donne nel regime fascista, Marsilio Editori, Venezia 2023


