Neanche è iniziato il campionato e già viene limitata la libertà di spostamento dei tifosi. Dopo il falso allarme circa il divieto di trasferta ai laziali per la partita contro il Bologna, è arrivato l’annuncio che costringerà centinaia di fiorentini a seguire dal divano la partita contro la Roma. A metà agosto, ai tifosi italiani non è permesso di dormire sonni tranquilli, con la paura che i mesi passati ad organizzare una trasferta, tra costi del treno e del biglietto e giorni di ferie, vengano vanificati in pochi minuti attraverso una decisione dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, un organo supervisionato dal Ministero dell’Interno. Quest’ultima ennesima proibizione rappresenta l’estensione di un filo rosso che lega gli ultras da diversi anni, con il tentativo di sopprimere un movimento che è molto di più rispetto a quello che qualcuno vuole far credere.
La situazione nella quale ci troviamo oggi rappresenta il culmine di una repressione sistematica che dura da decenni. Le iniziative sociali e le proteste nei confronti di autorità che tendono ad escludere gli emarginati sono sempre state subordinate alla retorica dominante che descrive gli ultras come dei soggetti facinorosi e irrazionali.
Fateci caso, nelle curve, come nelle piazze, si manifesta per dei valori, ci si espone attraverso striscioni riguardo a problemi che, molto spesso, toccano proprio gli individui più fragili.
Qual è, allora, la risposta dello Stato? Semplice, spostare l’attenzione sulla vetrina rotta, oppure su altri episodi di vandalismo, usandoli come pretesto. Lo Stato, spesso incapace di soddisfare i bisogni degli ultimi, etichetta e punisce chi alza la voce per fare in modo che ciò accada davvero.
Un piano che viene portato a compimento, in ultima istanza, dalla narrativa mainstream da parte dei media. Ricorderete il tifoso juventino che, lo scorso maggio, è finito in coma a seguito di un colpo subito durante alcuni scontri. Le prime informazioni trapelate a riguardo ignoravano il coinvolgimento di un poliziotto nella dinamica dell’incidente. Marco, il tifoso in questione, sarebbe stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo da un membro delle forze dell’ordine, non da un tifoso avversario. Tuttavia, ormai la macchina propagandistica era già stata avviata e molte persone sono rimaste cieche di fronte ai gravissimi dubbi emersi sulle reali responsabilità di questa tragedia sfiorata.
È vero che alcune forme di violenza fanno parte del mondo ultrà e che, in ogni caso, deve essere garantita la sicurezza degli individui. Se da una parte è possibile riscontrare la presenza di attività solidali, dall’altra non si possono negare i tafferugli e le infiltrazioni criminali, le quali contraddistinguono diverse curve italiane. Tuttavia, questa faccia della medaglia non può giustificare un abuso di potere tale da reprimere l’attivismo sociale sopraindicato, la voce di un popolo che rivendica la sua identità e la passione di un’intera tifoseria.
Lo ripeto, le curve racchiudono uno degli ultimi centri di anticonformismo e pura espressione popolare e, forse, il problema è proprio questo. Giusto per dare qualche esempio, nella stagione appena conclusa, il Livorno è stato multato dopo che i suoi tifosi hanno intonato cori per il popolo palestinese, vittima di un genocidio. La stessa sorte è toccata alla Cavese, con gli ultras che hanno esposto uno striscione contro le “Squadre B”, considerate da molti come dei vivai dei club più ricchi che impediscono alle realtà locali la partecipazione ai campionati cadetti.
Sono cambiati i governi, ma non le politiche e il nemico indicato. Con la narrativa degli ultras violenti, lo Stato non sta solamente punendo chi si dà appuntamento nelle strade per fare scontri, ma anche chi si impegna da un punto di vista civico o politico.
I sempre più frequenti divieti, elargiti in nome di una maggiore sicurezza, stanno di fatto controllando la società e impedendo agli individui di godere di diritti costituzionali.
Bambini che sognano di seguire la propria squadra in giro per l’Italia, ragazzi che, nel fiore degli anni, scoprono nuove città e costruiscono un bagaglio di ricordi con i loro amici e, infine, donne e uomini ai quali il fuoco della passione non è mai stato domato e che, nonostante le difficoltà della vita, sono pronti spendere i pochi giorni liberi per inseguire l’amore di sempre. Non una minoranza violenta, parliamo di persone comuni alle quali viene impedito di viaggiare, di muoversi liberamente e di vivere la propria vita.
Così, l’ultima stagione, da un punto di vista di chiusure e divieti, è sicuramente stata la peggiore degli ultimi anni.
Se fosse stato un incubo, ormai ci saremmo dovuti svegliare già da un pezzo. Non solo l’impedimento ai tifosi atalantini di tifare la Dea nelle amichevoli in Europa, ma anche il divieto imposto ai fiorentini di seguire la Viola in trasferta a Roma ci fa capire che questo scenario antidemocratico non è un sogno, ma è la nuda e cruda realtà che viviamo oggi. Se qualcuno può aver pensato che la sosta di tre mesi avrebbe permesso alle autorità di escogitare un piano per ridurre gli episodi violenti condotti dagli ultras, attraverso punizioni individuali, si è sbagliato di grosso. Non esiste alcuna volontà di tutelare le persone comuni e di trovare soluzioni che rispettino i diritti fondamentali degli individui.
Il nuovo campionato non si pone quindi come punto di partenza per l’adozione di politiche più flessibili, bensì come una continuità di quello appena concluso, in uno scenario sempre più nefasto per ultras e non solo.


