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- Rubrica sociologica

Come il rilancio del calcio italiano passa dall’azzardo: ecco perché il banco vince sempre. (Con un’analisi sociologica di Calpurnia C.)

Per la terza volta di fila, l’Italia ha mancato la qualificazione alla Coppa del Mondo. In questi anni, si sono dette molte cose riguardo ai problemi della Nazionale. Da chi sostiene che sia solo una crisi generazionale a chi, invece, colpevolizza le società per l’acquisto di troppi giocatori stranieri. Anche Giorgia Meloni, dopo l’eliminazione a […]

Per la terza volta di fila, l’Italia ha mancato la qualificazione alla Coppa del Mondo. In questi anni, si sono dette molte cose riguardo ai problemi della Nazionale. Da chi sostiene che sia solo una crisi generazionale a chi, invece, colpevolizza le società per l’acquisto di troppi giocatori stranieri. Anche Giorgia Meloni, dopo l’eliminazione a Euro 2024, ha avallato quest’ultima teoria. Tuttavia, la Presidente del Consiglio non è stata l’unica figura politica a pronunciarsi sugli Azzurri, soprattutto in tempi recenti. La Russa e Calenda si sono opposti alla nomina di CT di Andrea Pirlo, poiché ambasciatore di una società di scommesse russa. Come potete immaginare, per loro il problema non era la sponsorizzazione del gioco d’azzardo, bensì il legame con l’azienda russa. Con questo, non voglio dire che non sia lecito criticare Pirlo per il contratto con i russi, ci mancherebbe. Tuttavia, le autorità si sono espresse con un evidente doppiopesismo morale. D’altronde, come potrebbero considerare la pericolosità del gioco d’azzardo, se questo viene da loro ritenuto fonte di rinascita del nostro calcio?

Dal 4 agosto la Commissione Cultura e Sport del Senato esamina congiuntamente tre disegni di legge che vogliono riformare il sistema calcistico italiano. Uno di questi, il DDL Paganella (Lega), all’articolo 7 prevede l’abrogazione dell’articolo 9, comma 1, del cosiddetto Decreto Dignità del 2018, cioè della norma che vieta la pubblicità diretta e indiretta al gioco d’azzardo, affidando all’AGCOM il compito di fissare limiti di orario e di contenuto.

L’elusione degli sponsor e le proposte della Destra

Oggi i siti di betting sponsorizzano diverse squadre attraverso canali d’informazione, cioè portali dedicati a cronaca e risultati sportivi. È il caso dell’Inter e della Roma, che sulle maglie ospitano questi portali mantenendo però ben visibile un marchio che chiunque ricondurrebbe alle scommesse. Non è un’impressione: analizzando i principali campionati europei, i ricercatori hanno documentato proprio in Serie A “betting partnership” che aggirano il divieto tramite società sorelle con domini apparentemente innocui, del tipo Betsson.sport o Eurobet.live (proprio gli sponsor di Inter e Roma), e le definiscono la prova della capacità dell’industria di circumnavigare le regole. Un’elusione che nelle intenzioni di alcuni, come visto con il DDL Paganella, potrebbe non servire più.

Se la Lega vuole ridefinire il limite pubblicitario, il DDL Marcheschi (FdI) si concentra sulla leva economica: dal 1° gennaio 2027 i concessionari verserebbero alla FIGC il 2% della raccolta sulle scommesse calcistiche, in agenzia e online. Almeno il 50% andrebbe a settori giovanili, formazione e impianti, un minimo del 30% a programmi contro la ludopatia e progetti sociali, il restante 20% al calcio femminile e alle scuole calcio dilettantistiche. La questione della pubblicità viene tenuta in sospeso.

Le soluzioni della destra non convincono l’opposizione. Il Movimento 5 Stelle ha risposto con il DDL Pirondini, che rafforza il Decreto Dignità estendendo il divieto ai siti satellite. Anche il PD si è mosso, con un articolo che fornisce l’interpretazione autentica del divieto includendo testimonial, influencer, partner commerciali e siti d’informazione. Va detto per onestà che nemmeno il fronte critico rinuncia al denaro del betting: il testo Pirondini prevede a sua volta di destinare al sistema sportivo una quota non inferiore al 2,5% dei ricavi generati dalle scommesse.

Tra i temi in discussione, quello delle scommesse è il più divisivo. L’ingerenza della politica è il riconoscimento del peso economico e sociale di questo sport, una pluridimensionalità che molti fingono ancora di ignorare. Ma un argomento che tocca direttamente la salute dei cittadini non può essere trattato come una variabile secondaria rispetto alle sorti del calcio italiano.

Analisi sociologica

Fin qui la cronaca parlamentare: chi propone cosa e con quali contraddizioni. La domanda che mi interessa comincia un passo dopo: perché è diventato pensabile che la cura della crisi del calcio si cerchi dentro la scommessa? Questo rappresenta il funzionamento ordinario di un meccanismo che conviene guardare da vicino.

Partiamo dalla dimensione reale del fenomeno in cui si vuole intervenire. Nel 2025 la raccolta del gioco d’azzardo in Italia ha toccato il record di 165,34 miliardi di euro, il 7,3% del PIL, con perdite nette dei cittadini per 21,88 miliardi, più o meno il valore di una manovra finanziaria. Il canale online ha superato per la prima volta i 100 miliardi, in crescita del 221% rispetto al 2018, cioè rispetto all’anno del Decreto Dignità. Le entrate erariali si sono fermate a 11,4 miliardi: lo Stato incassa meno di un euro ogni quattordici giocati. Su ogni maggiorenne, in media, 3.284 euro nell’arco dell’anno, con i picchi al Sud e una relazione inversa fra condizione socioeconomica e spesa.

Il termine che la letteratura usa per descrivere il ruolo del calcio in questa macchina è “gamblification”: il gioco d’azzardo diventa infrastruttura del calcio, presente nel linguaggio, nel racconto televisivo, nell’esperienza stessa del tifo. Chi ha esaminato questo processo negli ultimi venticinque anni arriva a una conclusione che nessun disegno di legge italiano cita: le organizzazioni sportive ricavano dagli operatori somme che derivano in larga parte dal gioco dannoso dei loro stessi tifosi. Detto altrimenti, il calcio non si limita a beneficiare del gioco d’azzardo, beneficia della sua patologia, perché una quota significativa dei profitti del settore viene proprio dai giocatori problematici.

Di conseguenza, è possibile affermare che il ragionamento del DDL Marcheschi “si morde la coda”. Destinare il 30% del prelievo al contrasto della ludopatia significa finanziare la cura con il ricavo della malattia e vincolare la prima all’espansione della seconda: meno si scommette, meno si previene. La sociologia dell’azzardo lo dice senza giri di parole: trattare il gioco come patologia individuale invece che come problema sociale deresponsabilizza lo Stato, che può così promuovere politiche di contrasto alle dipendenze restando al tempo stesso promotore e beneficiario del gioco legalizzato. La Lancet Public Health Commission colloca queste dinamiche dentro i determinanti commerciali della salute, dove il lavoro delle imprese non è solo vendere, ma modellare agende regolatorie e narrazioni pubbliche.

Chi viene venduto e a chi

Nei disegni di legge il calcio femminile compare come destinatario del 20% del prelievo. Anche in questo caso, c’è un’ipocrisia di fondo: nel marketing che quel prelievo alimenta, il corpo delle atlete è l’esca. Si finanzia con una mano ciò che si svaluta con l’altra. Quando si tratta di pubblicizzare le scommesse, queste dinamiche non sono affatto nuove. Il tema riguardante il genere diventa così un altro spinoso problema legato a quest’industria. La recente vicenda che ha coinvolto l’attrice Sydney Sweeney ci permette di approfondire anche questo aspetto.

Il 9 settembre la piattaforma di scommesse Novig ha lanciato una campagna con il claim “Just Sports”: Sydney Sweeney nuda, coperta solo da palloni e attrezzi sportivi. Ne è nata una rivolta delle atlete olimpiche, che hanno accusato lo spot di ridurre lo sport femminile al corpo delle donne anziché ad allenamento, talento e risultati, e una controcampagna virale, “This is what woman in sport looks like”, che ha contrapposto corpi al lavoro a corpi esposti allo sguardo.

Il caso è più interessante della polemica, perché Sweeney non è solo testimonial: è socia e azionista dell’azienda, il che sposta la questione dalla costrizione all’auto-oggettificazione consapevole. È stato osservato con precisione che la quota societaria cambia chi guadagna dall’oggettivazione, ma lascia intatto ciò che vediamo. Il capitale non ha bisogno di negare l’autodeterminazione delle donne: gli basta acquistarla e rivenderla come emancipazione.

Quanto detto non è un incidente isolato: nell’analisi di 85 spot di scommesse, il 40% conteneva stereotipi di genere espliciti e il 25% appelli che oggettificavano le donne, con gli uomini come attori centrali e le donne in ruoli secondari, di servizio o subordinati. Gli autori notano la simmetria con la pubblicità degli alcolici, dove le donne vengono private di personalità, intelligenza e potere per diventare oggetti del desiderio. C’è anche il segno del doppio standard normativo: un reclamo del 2012 contro uno di questi spot per vilipendio di genere fu respinto, chi protestava osservava che una pubblicità di alcolici così non sarebbe mai andata in onda. Anche il rischio è distribuito per genere: il giocatore maschio viene rappresentato attraverso abilità, razionalità e controllo, la giocatrice attraverso fortuna, caso ed emozione.

La comunità che non c’è e il destino al posto della storia

La scommessa non si vende come azzardo, si vende come appartenenza. Nelle interviste ai giovani scommettitori emerge il racconto di un “club dei ragazzi”, di ciò che un tifoso dovrebbe fare per essere dentro al gruppo, la saturazione pubblicitaria fa il resto: essendoci dentro tutto, “sembra normale”. È una socialità reale nei suoi effetti e fittizia nelle sue condizioni, perché esiste solo mentre si consuma. La percezione del rischio, del resto, non nasce nella testa del singolo: è modellata dai contesti sociali, e la scommessa serve anche a mantenere posizione e status nel gruppo dei pari.

Poi c’è il movimento più profondo, quello che riguarda il tempo. Infatti, chi scommette abitualmente non compra un intrattenimento, compra una scorciatoia biografica: sostituisce la costruzione lenta di una traiettoria con l’attesa di un “colpo di fortuna”. Non è una metafora letteraria, è un fatto stratificato socialmente. Nel caso italiano il lotto veniva già definito nell’Ottocento “l’acquavite di Napoli”, illusione di fuga dalla miseria e occasione, per quanto illusoria, di riscatto sociale. I dati recenti mostrano che i giochi si dividono per classe: le fasce più agiate preferiscono lotterie istantanee, Lotto e Bingo, quelle più fragili si concentrano su scommesse e giochi di nuova generazione, anche perché l’alto payout, l’86% per le scommesse, alimenta l’illusione che giocando si possa innescare un riscatto.

I numeri della salute pubblica dicono a quante persone quella promessa venga fatta. L’indagine epidemiologica dell’Istituto Superiore di Sanità ha contato 18 milioni e 400mila giocatori adulti, il 36,4% dei maggiorenni, di cui un milione e mezzo con profilo problematico e un milione e 400mila a rischio moderato. Circa 700mila sono minorenni, ai quali giocare è vietato per legge. E le rilevazioni più recenti dell’ISS nelle scuole indicano che fra gli 11 e i 13 anni il 25,4% ha giocato d’azzardo, con il 2,4% di profili problematici, mentre fra i 14 e i 17 anni la prevalenza è del 23,4% con il 3,9% di problematici. Sono bambini di seconda media: il divieto teorico c’è, pratico no.

Cosa resta

Il calcio ha problemi veri: il debito, i vivai, il tempo di gioco negato ai giovani e – non per ultimo – il discorso legato ai ruoli di genere. La soluzione proposta chiede, sotto forma di speranza, alla parte più fragile del pubblico di pagare la ricostruzione. La generazione che ha oggi vent’anni è la prima cresciuta con un’esposizione continua a messaggi pro-gioco in ogni fase della vita; la ricerca è netta sul fatto che le protezioni familiari e gli appelli al gioco responsabile hanno capacità molto limitata di competere con questi determinanti commerciali. Continuare a chiamare responsabilità individuale il risultato di un ambiente progettato non è un errore di analisi: è la funzione che quel linguaggio svolge.

Sullo sfondo resta il processo più lungo, quello che ha trasformato i tifosi in clienti e il gioco in prodotto. Le scommesse non sono l’anomalia di questa storia, ne sono lo stadio attuale. Il punto da non concedere è quello che la dottrina italiana ha già indicato: l’indirizzo che incentiva il gioco legale, con l’inevitabile aumento delle patologie correlate, va comunque contemperato con la tutela della salute pubblica. Non è una premessa negoziabile in cambio di un fondo per i settori giovanili.

Jacopo Vitalone & Calpurnia Cammarano

Note

Un avvertimento sui dati: la raccolta 2025 (165,34 miliardi) e le cifre scolastiche sono aggiornate, ma il milione e mezzo di giocatori problematici viene dall’indagine ISS del 2018.

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